giovedì, novembre 12, 2009

Shock economy in salsa latina.

Il Cile di Pinochet e le “cavie di laboratorio” dei Chicago Boys.

 

Negli ultimi decenni l’America Latina è stata il principale laboratorio di sperimentazione delle cosiddette “terapie di shock”, un insieme di misure economiche “di emergenza” (molto gradite a corporations e multinazionali) che comprendevano privatizzazioni su larga scala e drastici tagli alla spesa sociale. Applicati secondo i paradigmi del “libero mercato”, tutti questi provvedimenti hanno contribuito nel tempo a indebolire e depauperare interi Stati e popolazioni.

In uno dei suoi saggi più letti, il defunto economista Milton Friedman, considerato uno dei padri fondatori della dottrina neoliberista, sembrava aver trovato la panacea per il capitalismo moderno quando affermava che “soltanto una crisi, autentica o supposta, può produrre un cambiamento reale. Quando si produce una crisi, le azioni che si adottano devono dipendere dalle idee dominanti”. E Friedman seppe come sfruttare una crisi “su grande scala” quando, a metà degli anni 70, entrò in contatto con il dittatore cileno Augusto Pinochet.

In quel tragico capitolo della sua storia il Cile, già prostrato dal colpo di stato militare ai danni del governo legittimo del socialista Allende, stava soffrendo un periodo di grave crisi economica dovuto all'iperinflazione. Friedman colse la palla al balzo e raccomandò a Pinochet di imporre una repentina trasformazione dell'economia a base di tagli alle tasse, libero commercio, privatizzazione dei servizi pubblici, drastica riduzione della spesa sociale e deregulation. Il risultato fu la più grande trasformazione capitalista mai realizzata nella storia del Continente (meglio conosciuta come “Rivoluzione della Scuola di Chicago”). Ma le conseguenze furono soprattutto licenziamenti di massa, disoccupazione crescente e aumento delle povertà.

Nel frattempo analoghi processi venivano sperimentati negli stessi anni anche in Brasile, Uruguay ed Argentina, sempre contando sull’aiuto dei “cervelli” dell'Università di Chicago e sotto l’ala protettrice delle dittature militari. Vale la pena ricordare che queste importanti riforme economiche, messe in atto per il bene dei paesi “cavia”, venivano propinate alle popolazioni interessate con l’ausilio di terapie invasive in molte sale di tortura sudamericane, e grazie al meticoloso lavoro di soldati e poliziotti addestrati negli Stati Uniti.

Negli anni 80 e 90, epoca in cui le dittature lasciarono lentamente spazio a fragili democrazie, l'America Latina non riuscì lo stesso a sfuggire alla “dottrina dello shock”. Anzi, nuove crisi prepararono il terreno ad un'altra sfilza di “terapie d’urto” di stampo liberista: il problema dell'indebitamento agli inizi degli anni 80, seguito da un'ondata di iperinflazione e dal crollo dei prezzi delle materie prime, dalle cui esportazioni - del resto - dipendono ancora oggi molte economie della regione.

In Cile, malgrado dal 1990 sia in corso un singolare processo di transizione alla democrazia, “i dirigenti della Concertacion para la Democracia, la coalizione formata da democristiani, radicali e socialisti post Allende, avevano negoziato con la dittatura il ritorno ad una normalità democratica vigilata da Pinochet. Conosciamo alcuni dei diktat della dittatura: il modello economico imposto con successo a forza di sangue e terrore non doveva essere toccato; la costituzione fatta dal dittatore per garantire l’egemonia delle forze armate sulla società civile non doveva essere riformata; la sinistra sarebbe rimasta ai margini della partecipazione politica e si sarebbe continuato a stigmatizzare qualsiasi forma di dissidenza dal modello economico liberista, perché la nuova democrazia cilena era questo, un prodotto della nuova situazione di mercato. Tutta la vita sociale, culturale e politica doveva essere funzionale al modello economico.”*

In virtù di questi trascorsi, è logico ritenere che la rivolta contro il neoliberismo stia concentrando le sue avanguardie proprio in America Latina, dove intere popolazioni, istituzioni e movimenti politici continuano ad opporsi ad un modello economico che mostra sempre più le corde ma che ha ancora la forza di imporsi come sistema dominante.

Come “cavie” del primo laboratorio di shock i popoli latinoamericani hanno impiegato parecchio tempo a comprendere i meccanismi di funzionamento delle politiche neoliberali (e i loro disastrosi effetti); ma ora sembrano aver sviluppato i giusti anticorpi per proteggersi da nuovi, minacciosi venti di crisi. Alla ricerca di sistemi sociali più giusti ed egualitari, molti governi cercano oggi di gettarsi alle spalle - forse definitivamente - i fantasmi di un sistema economico devastante che per decenni ha avuto il solo merito di moltiplicare sofferenze e povertà dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco.

 

Andrea Necciai

 

Note

* “Il potere dei sogni” di Luis Sepulveda - TEADUE, marzo 2008.

 

 

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giovedì, novembre 12, 2009
Honduras, un golpe alla democrazia.
Una breve analisi degli avvenimenti, ad un mese dal Colpo di Stato .
 

L’Honduras, con più di sette milioni di abitanti e un tasso di povertà assoluta che raggiunge il 66 per cento della popolazione, è il paese del Centroamerica che più di tutti presenta ancora oggi gravi condizioni di disuguaglianza e di immobilismo sociale. 

 

1. I fatti

Domenica 28 giugno, il presidente Manuel “Mel” Zelaya Rosales, eletto democraticamente nel 2005, viene prelevato con la forza dalla sua abitazione da un commando militare e “trasferito” in Costa Rica. Ha inizio il colpo di stato in Honduras.

L’ordine di destituire il presidente legittimo era partito dal Congresso Nazionale (il Parlamento honduregno) con il sostegno “legale” della Corte Suprema di Giustizia, entrambi controllati dall’oligarchia economica e dalla classe politica conservatrice che ha ideato e messo in atto il golpe.

Subito dopo, lo stesso Congresso Nazionale  si affretta a nominare un presidente “de facto”, l’ex presidente del Parlamento Roberto Micheletti. Da questo momento in tutto il Paese è decretato lo “stato d’assedio” e imposto il “toque de queda” (coprifuoco), ma soprattutto viene introdotta una sorta di legge marziale che, di fatto, sospende le libertà e i diritti individuali garantiti dalla Costituzione honduregna, aprendo la strada ad una feroce repressione da parte dell’Esercito e delle Forze di Sicurezza nei confronti degli oppositori al nuovo regime.

 

2. Gli interessi in gioco

Il “pomo della discordia” che ha scatenato la reazione violenta delle classi dominanti honduregne contro il presidente Zelaya è stato il referendum popolare (che avrebbe dovuto svolgersi lo stesso giorno in cui è stato deposto) per decidere se convocare o no l'elezione di un'Assemblea Costituente, un primo passo per avviare una serie di riforme istituzionali ed economiche per far cambiar volto ad uno dei paesi più poveri e disastrati di tutta l’America latina.

Quella per l'Assemblea Costituente sarebbe stata la "quarta urna", una svolta che secondo i sondaggi è voluta da almeno l'85% degli hoduregni, ma indesiderata dalle élite tradizionali, dal sistema dei partiti (incluso quello di Zelaya, il Partito Liberale) dalla Chiesa e dai mass media che in Honduras, come nel resto del continente, sono dominio esclusivo del potere economico. Ma queste compagini non vogliono una nuova Costituzione né - tantomeno - accettano di verificare se la maggioranza della popolazione la desidera.

In questi quattro anni di governo “Mel” Zelaya, membro di una tra le più ricche famiglie di allevatori e candidato per il centro-destra, aveva già fatto abbastanza per inimicarsi i “poteri forti” del suo Paese: l’ingresso nell’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe) e la conseguente “sterzata a sinistra” verso l’asse “chavista” con la firma dell’accordo energetico “Petrocaribe”; l’intenzione di convertire in aeroporto civile l’attuale Base militare statunitense di Palmerola (sempre nell’ambito degli accordi dell’ALBA); i decreti esecutivi a favore delle classi meno abbienti (come la legge sull’aumento del salario minimo). Queste ed altre azioni di governo promosse da Zelaya hanno provocato nel tempo una profonda “frattura” con la classe dirigente hoduregna.   

 

3. I registi del Golpe

Le forze coinvolte o implicate in diversa misura nell’organizzazione e nell’attuazione del Colpo di Stato in Honduras si possono individuare nelle seguenti “aree di interesse”:

 

Economia

Il Consejo de la Impresa Privada (la Confindustria locale); la FENAGH (l’associazione di latifondisti e allevatori) contraria al miglioramento delle condizioni di lavoro dei braccianti e alla “riforma agraria”; le imprese importatrici di petrolio, danneggiate dall’acquisto di carburanti a basso prezzo dal Venezuela di Chavez (accordi “Petrocaribe”); e poi ancora il settore finanziario (banche ed assicurazioni), industrie farmaceutiche e i mezzi di comunicazione (emittenti televisive e radio di proprietà delle stesse classi dirigenti).

 

Politica interna

I partiti politici ostili a Zelaya: Democrazia Cristiana, PINU, alcuni settori dello stesso partito del presidente legittimo (il Partito Liberale) come l’ala più conservatrice capitanata da Carlos Flores Facusse, ex presidente della Repubblica.

 

Altre istituzioni

Altre istituzioni come la Chiesa Cattolica e quella Evangelica, il Ministerio Publico, la Corte Suprema de Justicia e persino il Comisionado Nacional de Derechos Humanos, tutti compromessi con gli interessi dell’ex Presidente della Repubblica Facusse e attuale Presidente dell’Associazione dei Mezzi di Comunicazione.

 

Multinazionali e corporations straniere

Con il graduale allontanamento del governo honduregno dalle politiche neoliberiste di stampo nordamericano (Trattato di Libero Commercio, Plan Mérida etc…), corporations statunitensi ed altre imprese transnazionali – prima tra tutte la United Brands (ex United Fruit Co/Chiquita), ma pure le spagnole Union Fenosa (energia elettrica) e Movistar (telecomunicazioni) – hanno cominciato a preoccuparsi della minaccia di una possibile “deriva socialista”, a causa delle riforme democratiche e dell’entrata dell’Honduras nell’ALBA.

 

4. Le Forze Armate honduregne 

Nel periodo degli anni ’60 e ’70 l’Honduras ha conosciuto dittature militari tra le più repressive che nell’arco di due decadi sono confluite nei cosiddetti governi “democratici” degli anni ’80 e ’90 (o meglio nelle “democrature”, come le definisce correttamente Galeano). Tuttavia, l’influenza e il potere della casta militare si sono sempre mantenuti inalterati nel tempo.

Le F.F.A.A. dell’Honduras sono, a tutti gli effetti, una “creatura” del Pentagono. Fanno parte infatti della “Forza Congiunta Bravo” (JTF-B) dell’Esercito degli Stati Uniti, un contingente costituito da effettivi dell’esercito, dell’aviazione, delle forze di sicurezza congiunte (reparti di intelligence e di polizia militare) e dal 1/228 Reggimento dell’Aviazione militare statunitense.

Il leader dei generali golpisti è proprio il Capo di Stato Maggiore della Forza Congiunta, Gen. Romeo Vazquez Velazquez, destituito da Zelaya per aver disobbedito ai suoi ordini (si era infatti rifiutato di provvedere alle operazioni di allestimento dei seggi referendari), mentre il “numero due” è il Gen. Luis Price Suazo, Comandante in Capo dell’Aviazione. Si tratta quindi dei più alti ufficiali in comando, entrambi formati e laureati presso la tristemente nota “Scuola delle Americhe”, l’accademia militare Usa che ha “sfornato”, nel suo mezzo secolo di storia, buona parte dei futuri dittatori dell’America latina (come Pinochet, Rios Montt, DAubuisson, Stroessner etc…) e che ha sede a Fort Benning, nella Georgia.

 

5. Il ruolo degli Stati Uniti

Al di là delle dichiarazioni iniziali del presidente Obama e della Segretaria di Stato Hillary Clinton, favorevoli al presidente legittimo e malgrado il non-riconoscimento del governo golpista “de facto”da parte dell’ONU, dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e di tutta la comunità internazionale (con l’eccezione di Israele), “Mel” Zelaya non è riuscito a rientrare nel suo Paese (rischierebbe l’arresto immediato) e a riprendere le redini del governo, mentre esercito e polizia continuano ad attuare una feroce repressione contro i suoi sostenitori rimasti in patria. 

Ufficialmente, la Casa Bianca non ha ancora dichiarato il caso honduregno un “Colpo di Stato”, forse perché questo farebbe scattare la legge del Congresso che prevede la sospensione degli aiuti economico-militari all’Honduras.

Né Obama né la Clinton hanno chiesto ai generali del Pentagono di interrompere i loro rapporti con i generali golpisti, loro sottoposti perché inferiori di grado. E neppure hanno osato richiamare da Tegucigalpa il loro ambasciatore, Hugo Llorens (tra l’altro, un esperto di guerra fredda e di operazioni di controinsorgenza): sarebbe stata la mossa più logica per significare la rottura delle relazioni diplomatiche. Al contrario il Dipartimento di Stato continua a prendere tempo, alla luce del fallimento della mediazione del presidente costaricense Oscar Arias (personaggio assai chiacchierato e “pedina”  degli Usa nella regione), forse con l’obiettivo di arrivare - alla fine - a legittimare il governo di fatto dell’Honduras, una volta terminata questa situazione di stallo che potrebbe durare fino alle prossime elezioni di novembre.

Se Zelaya non potrà più correre, allora i due candidati delle destre si disputeranno il potere con l’avallo dei golpisti e degli Stati Uniti. E addio riforme democratiche…

 

Andrea Necciai

Luglio 2009

 

“Nessuno deve obbedienza a un governo usurpatore né a coloro che assumano funzioni o incarichi pubblici mediante l’uso della forza oppure usando mezzi che contrastino o disconoscano ciò che la questa Costituzione e le sue leggi stabiliscono. Gli atti verificati da tali autorità sono pertanto nulli. Il popolo ha il diritto di ricorrere all’insurrezione in difesa dell’ordine costituzionale”.

Articolo 3 della Costituzione dell’Honduras.

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domenica, giugno 14, 2009
Primo importante discorso del nuovo Presidente del Salvador.
Assenti Chávez e Morales per motivi di sicurezza


Davanti a decine di migliaia di salvadoregni riuniti nello stadio Cuscatlán, il nuovo presidente del Salvador, il giornalista Mauricio Funes, candidato di una coalizione capeggiata dal Frente Farabundo Martí para la liberación nacional, Fmln, ha indossato la banda "azul y blanco" ed ha inaugurato quello che la maggior parte del popolo salvadoregno spera possa essere l’inizio di una nuova storica stagione per il piccolo paese centroamericano.
Dopo 12 anni di una lunga e sanguinosa guerra civile, gli accordi di pace del 1992 e 17 anni di governi neoliberisti che hanno portato il paese allo sfascio, il Salvador affronta l’inizio di questa nuova tappa della sua storia con molta speranza, pur riconoscendo che per il nuovo presidente e il Fmln l’impresa non sarà per nulla facile.
A Funes toccherà iniziare un percorso che affronti le principali problematiche del paese prendendo in seria considerazione le enormi disuguaglianze sociali esistenti, in mezzo ad una forte crisi economica, con un occhio ai governi progressisti dell’America latina, a quelli più spiccatamente avviati verso il cosiddetto "socialismo del XXI secolo", ma non potendo trascurare le relazioni con gli Stati Uniti, luogo di residenza di milioni di salvadoregni -molto spesso illegali- e principale partner economico del Salvador. La presenza di Hillary Clinton alla cerimonia ne è stato un chiaro esempio.

(Tutto il discorso di Mauricio Funes e video su http://www.simpatizantesfmln.org/funespresidentehistorico.htm )

Durante il suo primo discorso da Presidente della Repubblica, Funes ha chiamato il paese all’unione, illustrando una serie di misure per affrontare da subito la crisi economica che ha investito il mondo intero.
Ha ammesso però che riceverà un paese immerso in una profonda crisi economica, a causa dell’incapacità dei governi che lo hanno preceduto. "Dobbiamo dire le cose come stanno e senza tanti giri di parole: ricevo un paese profondamente deteriorato nelle sue finanze pubbliche, all’interno di un’economia dollarizzata (da un po’ di anni in Salvador la moneta ufficiale è il dollaro nordamericano). La crisi ci sta colpendo perché il governo precedente non ha sviluppato una strategia chiara per affrontarne gli effetti", ha detto Funes.
"Sbagliare è umano, ma evitare l’errore è un attributo di tutti gli uomini e le donne - ha detto il nuovo Presidente. Ed evitare l’errore comincia con non fare ciò che hanno fatto alcune persone in questo paese e cioè governare per pochi, essere compiacenti con la corruzione, temere ed essere complici del crimine organizzato, stringere un patto con tutte le forme possibili di arretratezza.
Vogliamo la ricostruzione sociale, economica e istituzionale e questo significa che non possiamo solo ricostruire il nostro paese, ma che dobbiamo inventarlo di nuovo, migliorando ciò che ha di buono e facendo ciò che non è mai stato fatto", ha aggiunto.
Funes ha anche annunciato il lancio di un Piano globale anti crisi, con una serie di misure per garantire la stabilità dell’economia e cominciare a ridurre i problemi sociali. Quattro saranno i principali obiettivi del Piano: difendere i posti di lavoro esistenti e crearne 100 mila nuovi durante i prossimi 18 mesi, per un costo di 474 milioni di dollari; proteggere i settori più vulnerabili dagli effetti della crisi; approfittare della crisi per promuovere politiche di Stato in materia sociale ed economica ed iniziare la costruzione di un sistema di protezione universale per tutti i salvadoregni, con il quale "si creerà un programma di comunità urbane solidali il cui obiettivo è quello di migliorare la vita nei quartieri più popolari, con interventi sulle infrastrutture e servizi pubblici basilari, la costruzione di 11 mila case, la consegna di un Buono per l’istruzione di bambini e giovani dai 6 ai 18 anni ed azioni per migliorare la sicurezza", ha chiarito il neoeletto Presidente del Salvador.
Ha anche informato che verrà ampliato il programma già esistente di Red Solidaria, che da ora si chiamerà Comunidades Solidarias Rurales, per aumentare la copertura dei servizi basilari come acqua potabile e fognature, luce, sanità ed istruzione in 32 municipi estremamente poveri. Altri 100 municipi verranno beneficiati con interventi immediati per garantire salute e nutrimento a favore di 85 mila bambini e bambine tra gli 0 e i 3 anni, mentre il programma di alimentazione scolastica beneficerà 500 mila bambini e bambine in età scolastica.
Sempre in tema sociale, Funes ha fatto sapere che estenderà la copertura della Previdenza Sociale a tutte quelle persone che hanno perso il lavoro e che eliminerà il pagamento dei servizi sanitari pubblici e che doterà di medicine essenziali tutti i dispensari pubblici del paese.
Per quanto riguarda la manovra creditizia, Funes ha annunciato la nascita di una banca statale per stimolare la produzione soprattutto della micro, piccola e media impresa. Parallelamente, il governo inizierà un programma di lotta all’evasione fiscale, al contrabbando ed alla corruzione, "perché abbiamo anche bisogno di una ricostruzione morale e di valori, una rivoluzione etica dove il bene pubblico non può essere confuso con il bene personale. Trasparenza, lotta alla corruzione ed a tutte le forme di spreco saranno sacre per il nostro governo", ha aggiunto davanti a migliaia di salvadoregni attenti alle parole del Presidente.
Il nuovo Presidente del Salvador ha anche ricordato i mioni di salvadoregni che sono emigrati all’estero in cerca di fortuna ed ha detto che sarà compito del suo governo far in modo che la gente non se ne vada più, "offrendo miglior istruzione ed ampliando le opportunità nel paese. Un governo della meritocrazia e non dei privilegi per le grandi famiglie, del clientelismo e dei vizi del nepotismo".
Per quanto riguarda la sicurezza, Funes ha promesso di affrontare tutte le forme di delitto e soprattutto il crimine organizzato ed il narcotraffico, articolando questo sforzo con gli altri paesi della regione.

Politica estera
La politica estera è forse stato il tema che maggiormente ha fatto parlare i mezzi d’informazione durante i mesi che sono trascorsi dalla vittoria elettorale di marzo ad oggi. Durante il suo discorso, Funes ha nuovamente spiegato che la politica del suo governo cercherà di mantenere un difficile equilibrio tra Stati Uniti, governi progressisti e quelli che promuovono il cosiddetto socialismo del XXI secolo dell’America Latina. Un segnale di ciò è stata la nomina di Hugo Martínez, storico dirigente del Fmln, come ministro degli Esteri.
Ha lodato pubblicamente Barack Obama, Hillary Clinton -"questa donna che onora l’America ed irradia la brillantezza del genere femminile per il mondo"- ed il presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, "un mio amico personale". Varie indiscrezioni si sono fatte largo tra i presenti per l’assenza dei presidenti di Bolivia e Venezuela, immediatamente respinte dal presidente nicaraguense Daniel Ortega, il quale ha dichiarato che si è trattato di "severe misure di protezione". "Il mio governo manterrà relazioni diplomatiche, commerciali e culturali con tutti i paesi dell’America Latina e questo significa che ristabiliremo immediatamente tali relazioni con Cuba. Faremo tutti gli sforzi possibili -ha continuato- per ampliare, rafforzare e rinnovare le nostre relazioni con gli Stati Uniti", ha concluso.
di Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más"
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venerdì, giugno 12, 2009

La vocazione golpista della “Mezzaluna”.

Bolivia: chi si nasconde dietro ai complotti per rovesciare Evo Morales.

 

La vittoria del SI al referendum costituzionale di inizio anno ha confermato il sostegno della maggioranza dei boliviani al progetto riformista dell’indio Evo Morales e del suo governo.

La nuova Costituzione ha sancito - per la prima volta - come diritti fondamentali l’acqua, i servizi di base, la salute, l’istruzione e le risorse fondamentali dello Stato. Una novità non da poco, dal momento che tutti questi diritti sono stati fino ad oggi considerati in Bolivia – e, in generale, in tutto il continente latinoamericano – come semplici merci da sottoporre alle regole della domanda e dell’offerta.

Dopo le dure lotte sostenute dagli indios negli ultimi decenni contro l’ignoranza e il razzismo di una società “bianca” arricchitasi grazie ad immense rendite economico-finanziarie, ora finalmente “vengono riconosciute diverse forme di economia, come quella pubblica e comunitaria e non solo quella di mercato. Si garantiscono i diritti collettivi e storici dei popoli originari (quechua ed aymaras), sterminati per 500 anni e trattati come figli minori da governi che esercitavano la legge sui luoghi dove da millenni i popoli indigeni avevano edificato cultura e armonia”. *

Ma il presidente boliviano, che prima del referendum aveva già incassato un altro importante successo elettorale nell’agosto 2008, ottenendo il 63% dei consensi alla riconferma del suo mandato, si trova ancora alle prese con le velleità secessioniste delle ricche circoscrizioni orientali (la cosiddetta “Mezzaluna”), i cui prefetti, spalleggiati dall’oligarchia imprenditoriale, non solo si oppongono al nuovo dettato costituzionale ma continuano a reclamare l’autonomia. Non a caso nella Mezzaluna, macroregione comprendente i dipartimenti di Tarija, Santa Cruz, Beni e Pando (situati a nord e a est del Paese), si concentrano le maggiori ricchezze economiche (imprese e siti produttivi) e grandi riserve energetiche e naturali (acqua, gas e idrocarburi), da decenni oggetto di sfruttamento selvaggio da parte dei governi corrotti e delle compagnie multinazionali.

Dal gennaio del 2006, anno in cui Morales ha assunto l’incarico presidenziale, l’azione delle forze dell’opposizione non si è affatto limitata alle critiche o all’ostruzionismo politico, nella logica del confronto civile, ma è stata spesso condotta con mezzi illegali e violenti. Grazie al lavoro della magistratura boliviana, che sta indagando sul conto di alcune organizzazioni paramilitari, è stata recentemente scoperta una cospirazione per destabilizzare l’attuale governo in carica, con la complicità di alcuni influenti “attori” internazionali.

Tutto ha inizio il 16 aprile quando in un lussuoso hotel di Santa Cruz (nell’omonimo distretto) tre sospetti malviventi sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia locale. Qualche ora più tardi, nei magazzini della fiera campionaria che si tiene della stessa città, la Fexpocruz, la polizia scopriva un nascondiglio di armi ed esplosivi, impiegati con ogni probabilità per compiere attentati.

A capo della cellula terrorista c’era Eduardo Rozsa Flores, uno degli uomini morti nella retata dell’hotel. Membro del partito ungherese neonazista “Jobbik”, Rozsa prestò servizio nelle milizie croate durante la guerra nella ex Iugoslavia, prima di essere assunto sotto falsa identità dall’impresa COTAS (Cooperativa Telefonica di Santa Cruz), di proprietà di vari dirigenti del Comitato Civico Pro Santa Cruz (uno dei più accaniti gruppi separatisti) e dell’organizzazione razzista Nación Camba.

Alcuni giorni dopo la sua morte, la stampa rendeva pubblica un’intervista nella quale Rozsa dichiarava che “il Consiglio Dipartimentale di Santa Cruz ha deciso la creazione di un corpo di sicurezza regionale [milizia armata, ndr]” e in un’altra aggiungeva “dichiareremo l’indipendenza e creeremo un nuovo Paese!”. Secondo altre fonti, questo mercenario di origine magiara avrebbe mantenuto strette relazioni con alti funzionari della sede boliviana dell’ente newyorkese “Human Right Foundation” (HRF) e con alcuni delegati dell’organizzazione di estrema destra “UnoAmérica”.

Di recentissima creazione la UnoAmérica, formata da militari ultranazionalisti e da paramilitari provenienti da El Salvador, Colombia, Argentina e Venezuela, riceve sostanziosi finanziamenti dall’Agenzia Internazionale per lo Sviluppo (USAID) e dal National Endowment of Democracy (NED), lo stesso ente nordamericano che sostiene dal 2005 anche il Comitato Civico Pro Santa Cruz. Secondo la studiosa Eva Golinger, dal 2002 USAID avrebbe destinato ben 97 milioni di dollari ai gruppi della destra autonomista boliviana, per il finanziamento di programmi atti a favorire la “decentralizzazione” (o meglio, la “balcanizzazione”) del paese andino. Il presidente di UnoAmérica è Alejandro Peña Esclusa, un politico venezuelano antichavista che alle ultime elezioni politiche tenutesi nel suo paese ha ottenuto 2.424 voti, pari allo 0,04%.

Sul conto della HRF, conosciuta per i suoi legami con la CIA, si può osservare come dal 2005 (anno della fondazione) questo ente “benefico” abbia cominciato ad interessarsi seriamente della realtà sociale (e politica) latinoamericana tanto da creare nuove filiali in Bolivia (2007), Ecuador (2008) e prossimamente, secondo quanto ammesso dagli stessi dirigenti, anche in Nicaragua.

Solo pochi mesi fa, l’interferenza degli Usa negli affari interni della Bolivia e la loro complicità nel fomentare la secessione dei dipartimenti “ribelli” aveva indotto il governo di La Paz ad espellere dal paese l’ambasciatore statunitense Philip Goldberg, un vero e proprio esperto di “balcanizzazione” avendo lavorato dal 1994 al 1996 in Kosovo. Evidentemente, buttare giù il governo di Evo Morales non è solo l’obbiettivo dell’oligarchia della “Mezzaluna”.

 

Andrea Necciai

 

 

Note:

* “Ecuador e Bolivia: la natura nella Costituzione” di Giuseppe De Marzo, in “Latinoamerica” n°105 (04/2008).

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sabato, maggio 16, 2009
**Discriminazione omicida **
In Guatemala, una donna al giorno viene assassinata.
Storie e opinioni su un fenomeno gravissimo strettamente legato a una società misogina e mafiosa


Più di 4300 donne sono state assassinate in Guatemala negli ultimi otto anni, con un aumento nel periodo 2002-2008 del 457 percento. Sono questi i termini della denuncia delle associazioni di donne guatemalteche, riunite a Città del Guatemala nella Plataforma de Mujeres Artistas seguendo lo slogan "Non più femminicidi".
Cifre da capogiro. Con l'occasione, è stato segnalato che l'organismo giudiziario ha ricevuto nel 2008 un totale di 39.400 denuncie di violenza familiare, nel 90-95 percento dei quali erano coinvolte delle donne. Una situazione allarmante, aggravata dal fatto che nel paese centroamericano "il sistema della giustizia non porta in giudizio né castiga i colpevoli. L'impunità negli omicidi delle donne è quasi assoluta, nel 98 percento dei casi non si ha giustizia penale", spiegano in un documento appena stilato.
Secondo il Gruppo guatemalteco delle donne (Gmc) fra gli anni 2007 e 2008 1.414 donne sono decedute per morte violenta, le denuncie sono state 1101 e le sentenze solo 185 (121 condanne e 64 assoluzioni). La relatrice della Commissione internazionale contro l'impunità, (Cicig), Susana Villarán, uno degli elementi che favoriscono l'impunità "è la debolezza imperante nelle istituzioni pubbliche incaricate di portare avanti le indagini". Uno dei fatti più preoccupanti, secondo lei, è la chiusura del Ministero apposito
responsabile dell'unità delle indagini nei casi di femminicidio e in temi legati ai diritti umani.
Nonostante nel paese sia stata recentemente approvata una legge contro questo crimine e altre forme di violenza contro le donne, le associazioni femminili denunciano "vuoti" enormi, come la scarsa coordinazione tra la Polizia nazionale civile e la Giustizia, o la creazione di un pool che indaghi sui delitti contro la donna o anche l'organizzazione di giornate per informare. Per il Governo guatemalteco la sicurezza della donna "non è una priorità".
Ma che tipo di violenza si scatena contro le donne? "Si tratta di forme di violenza diversificate. Si verificano episodi di vessazioni come violenza carnale, torture ai genitali, squartamenti, tutti da catalogare sotto la voce ‘intimidazione'. C'è comunque sempre crudeltà, ferocia e odio.
"Molte di queste donne sono morte in circostante brutali - spiegano Patricia Masip Garcia e Sandra Pla Hurtado di Amnesty International - Ad accomunare la maggior parte di questi delitti è comunque la
violenza sessuale e le mutilazioni trovate sul corpo delle vittime ricordano molto quelle commesse durante la guerra civile". Secondo Amnesty, comunque, la vera dimensione dei femminicidi in Guatemala resta sconosciuta, da qui il dito puntato, ancora un volta, sulle forze dell'ordine e le autorità tutte. La maggioranza di queste donne ammazzate sono casalinghe, studentesse e professioniste. Molte vengono dai settori poveri della società, lavorano sottopagate come donne di servizio, o in negozi o in fabbrica. Alcune sono immigrate in Guatemala dai paesi limitrofi, altre erano membri o ex membri di bande giovanili e coinvolte in giri di prostituzione. La maggioranza sono tra i 13 e i 40 anni. "Al centro della crisi dei diritti umani che
affrontano le donne guatemalteche c'è la discriminazione di genere, insita anche nella scarsa risposta delle autorità di fronte a tali crimini - spiega .... - Alcuni funzionari qualificano le vittime come membri di bande o prostitute, facendo trapelare un'attitudine discriminatoria contro di loro e le loro famiglie, che condiziona anche le indagini e la maniera di documentare i casi, includendo persino la decisione se indagare o documentare. E, a quanto dichiarato ufficialmente, nel 40 percento dei casi si archivia punto e basta".
Cifra che si trasforma in un 70 percento secondo il Procuratore dei diritti umani del Paese.
La testimone. La storia di Clara Fabiola è esemplificativa di quello che è il connubio donne-violenza-impunità in Guatemala. Ventisei anni, fu ammazzata il 4 luglio 2005 a colpi di pistola in pieno centro a Chimaltenango, nel sud del paese. Morì poco dopo all'ospedale. Due anni prima, il 7 agosto 2003, Clara Fabiola aveva assistito all'omicidio delle sue due sorelle, Ana Berta ed Elsa Mariela Loarca Hernàndez, di 15 e 18 anni, uccise a Città del Guatemala. Nel febbraio 2005, la sua testimonianza fu chiave per condannare a cento anni di carcere il marero (le maras sono le gang delle zone più malfamate del Centroamerica) Oscar Gabriel Morales Ortiz, alias "El Smol", il quale giurò davanti ai mass media che gliel'avrebbe fatta pagare. Così è stato, ma nessuno mai è stato processato per l'omicidio della testimone scomoda.
L'opinione. "Il Guatemala è intriso di violenza - ci racconta Margriet Poppema, docente all'Università di Amsterdam e ricercatrice sul tema "Educazione e sviluppo in società multiculturali", appena rientrata dal Guatemala - La ferocia è strutturale e fa comodo alla cupola di potere con la quale la stessa politica deve fare i conti, ogni giorno. Anche l'attuale presidente, Colom, che sta smuovendo qualcosa in molti settori del sociale, ha le mani legate davanti a questo. E la questione della misoginia aggrava il quadro. La donna è
da sempre l'anello debole in una società impregnata di machismo. E in un paese dove essere violenti è la norma, diventa altrettanto normale abusare, violare, mutilare, uccidere la femmina, che altro non è se non la creatura al servizio del maschio. Quasi fosse una sua proprietà. La cosa più scioccante è che nel paese mai si parla di questo. Non fa notizia, si preferisce ignorare. Tra le donne c'è un casto pudore misto a paura, e l'impunità rende tutto più crudele. È la longa manu del potere parallelo che tutto controlla e manovra, plasmando la società".

Stella Spinelli, Peacereporter
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venerdì, maggio 08, 2009

Obama e il “giardino di casa”.

Nuovi scenari per Stati uniti e America latina?

 

“Da soli non andiamo da nessuna parte”. Con questa frase ad effetto Barack Obama concludeva il Summit delle Americhe, tenutosi il mese scorso a Trinidad e Tobago nei Caraibi.

Il presidente statunitense si è presentato al cospetto dei leader dell’America latina (con l’eccezione dei rappresentanti di Cuba, esclusa dal convegno) con l’intenzione di riabilitare l’immagine del suo Paese nel continente, sforzandosi di accreditare gli Usa come un partner “affidabile e collaborativo” nella soluzione della crisi economica e dei numerosi altri problemi che affliggono la regione.

Svoltasi in un clima molto cordiale, lontano anni luce dalle tensioni causate dall’atteggiamento altezzoso e ostile di Gorge W. Bush, questa cumbre ha concluso la sua quarta edizione con la promessa da parte di tutti i delegati di una maggiore collaborazione tra i loro Paesi di appartenenza, includendo persino i presidenti meno “allineati”: Chavez (Venezuela), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador), nemici giurati dell’amministrazione Bush, hanno infatti mostrato incoraggianti segnali di apertura nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca.

La seconda importante novità è stata la disponibilità da parte degli Stati Uniti a migliorare i rapporti con Cuba, anche se al momento i “gringos” non paiono minimamente intenzionati ad allentare la morsa dell’embargo. E poi, dulcis in fundo, la storica stretta di mano Obama e Chavez ha suggellato, almeno secondo i commenti entusiastici di gran parte dei media, l’inizio di una nuova era di cambiamenti nelle relazioni tra Stati uniti e America latina.

Ma se di veri cambiamenti si tratta, questi sembrano concretizzarsi più nella forma, con atteggiamenti cordiali e amichevoli strette di mano, che nella sostanza dei fatti. A dispetto delle promesse sbandierate appare inverosimile che gli Stati Uniti, che per più di un secolo hanno esercitato un’egemonia imperialista sul resto del continente, appoggiando colpi di stato e dittature militari un po’ ovunque e diffondendo miseria e povertà con l’applicazione di disastrose politiche neoliberiste, possano di punto in bianco cambiare volto e trasformarsi in un partner “affidabile e collaborativo”.

Il consolidamento del progetto di Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), ideato da Hugo Chavez e fortemente appoggiato dalla Bolivia di Evo Morales, e le recenti vittorie elettorali delle sinistre in Nicaragua, Ecuador, Paraguay e El Salvador non hanno fatto altro che aumentare le preoccupazioni delle elites statunitensi. Esse temono ciò che il linguista Noam Chomsky definisce “la minaccia del buon esempio”, ovvero che si diffonda in tutta l’America latina il “socialismo del terzo millennio”, virus contagioso che il Venezuela chavista sta sperimentando con successo e propone agli altri Paesi membri dell’ALBA. Inoltre, la strategia di politica estera venezuelana, che punta su scala regionale all’integrazione e alla cooperazione e, su scala internazionale, a rafforzare i legami economici e commerciali con Cina, Russia ed Europa, continua di fatto a rappresentare un seria minaccia per gli interessi delle corporation statunitensi nel Cono Sur.

Sarà anche per questo motivo che nel corso degli ultimi anni la presenza militare Usa nelle regioni andine ha subito una sorta di escalation. In Colombia, con il pretesto della lotta al narcotraffico e della guerra alle FARC, il Pentagono offre al governo uribista, suo migliore alleato della zona, consulenze militari, armamenti sofisticati e finanziamenti a pioggia attraverso il “Plan Colombia” e il “Plan Patriota”. E, poco lontano, il bacino idrico del Guaranì - un’area di enorme importanza strategica per gli Stati uniti per il controllo delle risorse energetiche e dello spazio aereo dei paesi limitrofi come l’Ecuador, il Venezuela e la Bolivia (guarda caso gli Stati più ostili a Washington) - rientra già nei piani di una possibile estensione del “Plan Colombia”.

A breve, la base militare di Manta (Ecuador) verrà chiusa per volontà del riottoso governo ecuadoriano che, per voce del suo presidente, Rafael Correa, ha avuto l’ardire di dichiarare costituzionalmente il suo, “territorio di pace”, e pertanto non ammetterà più la presenza di eserciti stranieri; tutto ciò obbligherà l’Alto Comando Usa a cercare una nuova ubicazione per le sue truppe e per le infrastrutture logistiche.

Il Pentagono è già corso ai ripari pianificando la costruzione di due nuovi impianti militari in Perù, uno nella zona di Ayacucho e l’altro a Chiclayo. In un ipotetico scenario di guerra di controinsorgenza, la posizione della futura base di Ayacucho consentirebbe ai caccia-bombardieri Usa di colpire comodamente La Paz, capitale della Bolivia, che si troverebbe entro il raggio d’azione dei velivoli d’attacco (anche di quelli a più bassa autonomia); la base di Chiclayo invece sarebbe più orientata verso la zona amazzonica e permetterebbe il controllo dello spazio aereo ecuadoriano anche da quel versante, oltre che dal lato colombiano.

La scelta del Perù come obiettivo delle future installazioni militari statunitensi risulta estremamente oculata. Da un lato favorisce l’accesso alle abbondanti risorse naturali (idriche ed energetiche) della regione andino-amazzonica, e dell’altro - come già accennato - permette il pieno controllo militare su tre Paesi rivali (Bolivia, Venezuela ed Ecuador), proprio quelli che più intralciano gli interessi Usa nella zona.

Un illustre predecessore di Obama, Abraham Lincoln, disse che “è possibile ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non è possibile ingannare tutti per tutto il tempo”. Al di là dell’approccio amichevole di Obama e del suo appeal mediatico, gli Stati uniti saranno - presto o tardi - costretti a gettare la maschera e a rivelare le loro reali intenzioni nei confronti del loro preziosissimo “cortile di casa”.

 

Andrea Necciai

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mercoledì, aprile 01, 2009
La sconfitta della paura

Il FMLN vince le elezioni presidenziali in Salvador.

 

Dopo due decenni di guerra civile e di governi dispotici, in Salvador il bastione di una delle oligarchie più reazionarie dell’intero continente latinoamericano si è finalmente sgretolato. Alle elezioni presidenziali tenutesi il mese scorso il candidato del Fronte Farabundo Martì (FMLN), Mauricio Funes, si è imposto con il 51% dei suffragi sul candidato della destra nazionalista dell’Alleanza Repubblicana Nazionalista (ARENA), espressione di un regime ventennale solo formalmente “democratico” ma nella sostanza repressivo e sanguinario.

 

La storica affermazione elettorale del FMLN, il partito nato dalla guerriglia che negli anni 80 e 90 seppe tener testa al più potente e meglio armato esercito salvadoregno, testimonia che il Salvador è finalmente riuscito a “vincere la paura”. La paura delle possibili rappresaglie di Washington in caso di una svolta “a sinistra” di questo piccolo Paese dove 2 milioni di lavoratori emigrati negli Stati uniti contribuiscono attraverso le loro “remesas” in denaro a tenere a galla la sua fragile economia; ma soprattutto la paura di non farcela, anche questa volta, a vincere il confronto elettorale con ARENA, dopo le precedenti “sonore” sconfitte segnate da brogli clamorosi e da campagne di terrore montate dall’oligarchia salvadoregna, sempre con il supporto finanziario e propagandistico degli Stati uniti.

 

La vittoria della sinistra salvadoregna giunge nel momento in cui in tutta la “Patria grande” soffiano venti di cambiamento. Trascinate dall’esempio del Venezuela di Hugo Chavez e dal suo progetto di  “Alternativa Bolivariana per le Americhe” (ALBA), che parla finalmente di autonomia e di integrazione per tutti i Paesi dell’America latina, le forze progressiste guadagnano terreno ora anche in Centroamerica, da sempre considerato il “cortile di casa” degli Stati uniti, vale a dire terra di sfruttamento, di golpes e di “repubbliche delle banane” amministrate dai soliti dittatori-fantoccio.

 

L’affermazione del FMLN è anche il frutto di un ventennio di lotte che ebbero il loro apice tra il 1980 e il 1992, l’epoca del conflitto armato che provocò almeno 75.000 vittime tra combattenti e civili, e che vide parte della popolazione imbracciare le armi come estremo gesto di ribellione alla miseria e alle ingiustizie sociali.

 

Dopo la firma degli Accordi di Pace del 1992, il FMLN è diventato per tutti i Paesi dell’area un solido punto di riferimento per la lotta contro le politiche neoliberiste, miranti a facilitare la privatizzazione di imprese e servizi sotto l’egida dei governi filoamericani e sotto la protezione degli apparati di sicurezza locali. In questa difficile tappa i dirigenti e i militanti farabundisti, nonostante molti dissidi interni ed alcuni errori strategici, hanno saputo sviluppare un’indubbia maturità politica e, dopo aver subito non poche batoste elettorali, sono infine riusciti a rafforzare il loro legame con le fasce più deboli della popolazione, sostenendone istanze e diritti.

 

Così, dopo i successi alle ultime elezioni amministrative dello scorso gennaio, il FMLN centra finalmente l’obiettivo delle Presidenziali e si propone come nuova forza di governo per il prossimo quinquennio. Il presidente eletto Mauricio Funes, che inizierà il suo mandato a giugno, si impegnerà a mettere in pratica un ambizioso programma frutto di mesi di consultazioni con le basi popolari e con gli altri settori della società salvadoregna. Il progetto di Funes è incentrato sulla “responsabilità dello Stato nell’assicurare il diritto del popolo all’istruzione, alla salute, alla cultura, al cibo e alla parità dei sessi; anche l’economia sarà orientata al conseguimento di questi obbiettivi. Nel suo programma si legge chiaramente la volontà di rivendicare i diritti delle popolazioni indigene, la priorità della creazione di nuovi posti di lavoro grazie al sostegno alle piccole e medie imprese, la ferma opposizione a nuove privatizzazioni nel settore dei servizi pubblici e la lotta alla corruzione.”*

 

Realizzare tutti questi propositi richiederà uno sforzo straordinario in termini di mobilitazione di tutte le parti sociali, ma anche – e soprattutto – di negoziazione con le altre forze politiche e imprenditoriali. Un’altra debolezza è rappresentata dal fatto che il FMLN non possiede la maggioranza in parlamento (cosa che potrebbe, in taluni casi, mettere a rischio la governabilità del Paese). Per di più la destra, sebbene sia uscita sconfitta dalle elezioni, è ancora in grado di “influenzare” il sistema giudiziario e mantiene saldamente il controllo delle Forze armate, della Polizia e di gran parte degli apparati burocratici statali. A tutto ciò si deve aggiungere che l’economia del Salvador dipende quasi totalmente da quella statunitense - a causa dei Trattati di Libero Commercio imposti sotto le ultime legislature di ARENA - e dalle “rimesse” dei lavoratori emigrati negli States.

 

Il compito è davvero improbo, in una realtà dove la miseria, la disuguaglianza e la violenza, vale a dire le tre maggiori piaghe del “Pollicino d’America”, rappresentano i veri nemici da combattere. Il popolo salvadoregno ha scelto per il cambiamento, ora tocca al nuovo governo fare la sua parte.

 

Andrea Necciai

Note

* Da “El Salvador: la esperanza venció al miedo” – La Jornada, Angel Guerra.

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sabato, marzo 14, 2009
Salvador - Il paese verso le elezioni
Riccardo Bottazzo, giornalista di Carta


La prima cosa che un giornalista impara in Salvador è che se azzecca la domanda sbagliata lo menano.
Questo, tanto per dirne una, è il clima in cui il paese centroamericano si appresta ad eleggere il presidente. Due i candidati in ballottaggio: Rodrigo Ávila per l’Arena, l’Alianza Republicana Nacionalista, il partito di destra al governo sin dal ’92, data della fine “ufficiale” della guerra civile (in realtà, gli stessi militari di destra che nell’81 hanno fondato l’Arena governavano anche prima dentro le varie giunte golpiste), e Mauricio Funes per l’Fmln, il Frente Farabundo Martí di Liberazione Nazionale, gli ex guerriglieri. La prima tornata elettorale svoltasi a metà febbraio ha visto la vittoria del Frente che ha ottenuto la maggioranza relativa nell’Assemblea Nazionale. Domenica 15 marzo, quattro milioni e 200 mila salvadoregni torneranno alle urne per le presidenziali. I sondaggi, pure quelli più favorevoli all’Arena, danno l’Fmln in vantaggio di perlomeno 6 o 8 punti in percentuale. Come dire: o gli riesce anche stavolta di taroccare le elezioni – pratica per la quale l’Arena ha una spiccata vocazione – o se ne vanno tutti a casa. In galera non c’è speranza, perché, fiutando l’aria, negli ultimi mesi il governo ha approvato tutte le leggi di immunità possibili per i crimini “politici” commessi ai tempi non ancora del tutto tramontati delle squadre della morte (l’Fmln ha denunciato l’assassinio di altri due suoi militati durante le amministrative di febbraio). Immunità concessa anche per eventuali crimini “amministrativi” compiuti dal governo uscente. Secondo l’Fmln, il presidente in carica, Elias Antonio Saca, e i suoi ministri si sarebbero intascati qualche centinaio di milioni di dollari. Una “doverosa operazione di conciliazione nazionale”, l’hanno definita quelli dell’Arena.

Per darvi una idea dell’aria che tira sotto il sole dei tropici, devo scendere sul personale e raccontare della prima – e pure l’ultima, vi assicuro – conferenza stampa dell’Arena cui ho partecipato appena giunto a San Salvador. Protagonisti: una mezza dozzina di rappresentanti del partito di destra, una quindicina di giornalisti tra cui qualche internazionale, un bel pubblico folto ed elegante di signori incravattati e signore ingioiellate che parevano pronti per una convention di Forza Italia. Il tema era “L’Arena, baluardo della democrazia salvadoregna”. La domanda che qui non si deve fare, cui accennavo in apertura, l’ha fatta un collega di una televisione, credo, del Nicaragua, Non ho potuto verificare perché l’han portato al pronto soccorso. La domanda è: “Che rapporto ha il suo partito, l’Arena, con le squadre della morte che hanno insanguinato…” Morta qua, la domanda. Dal pubblico sono volate prima le sedie e poi i tavolini. E non solo contro l’incauto collega della Tv, ma contro tutti i giornalisti presenti. Qui vale il principio: colpirne cento per educarne uno. Dopo l’artiglieria, l’assalto all’arma bianca. Le prime a lanciarsi nella mischia sono state le signore eleganti, una delle quali, una megera ultra sessantenne bionda tinta e con più anelli che dita, ha fatto del suo meglio per cavarmi gli occhi con le unghie smaltate rosso fuoco. Nella rissa da Far West che ne è sorta, tre tizi nerboruti hanno preso di mira con pochi ma professionali colpi il collega tv che, infatti, è stato l’unico a finire all’ospedale. “Se l’è cercata – mi ha detto, finito il casotto un giornalista salvadoregno - ha fatto una domanda stupida che non aveva risposte possibili”. Gli chiedo il perché. “Tu sei italiano, giusto? Chiederesti a Mussolini in che rapporti stava con il fascismo? Orden (l’Organizzazione Democratica Nazionalista: una delle più famigerate milizie paramilitari che ha assassinato, cifra per difetto e che non tiene conto di interi villaggi di indigeni letteralmente spazzati via, più di 75 mila innocenti.ndr) è stata fondata dagli stessi che ora sono dentro l’Arena. Tutti lo sanno e nessuno lo nega. Appena al governo, dopo la fine della guerra civile, l’Arena ha amnistiato tutti i crimini, gli stupri, gli omicidi, le torture, i massacri commessi dalle squadra della morte; i miliziani sono entrati a far parte delle forze regolari, o addirittura hanno creato reparti apposta per loro.

Che senso aveva allora quella domanda? L’Arena si fa un vanto di tutto quello che ha fatto. Ma nella sala oggi c’erano alcuni degli osservatori degli Stati Uniti venuti a vigilare sulla “democrazia” del nostro paese e delle elezioni. Di fronte a loro, l’Arena non poteva rispondere né sì né no, e così ha fatto cominciare la gazzarra e chiuso in bellezza la conferenza stampa. Il segnale, te ne sei accorto?, l’ha dato quel tipo in piedi dietro il banco dei relatori, alzando il pollice in su”. Scusa, ma neanche tirare le sedie in testa ai giornalisti mi pare quel pulito esempio di democrazia partecipativa dal basso… “Anima candida! Leggiti i giornali di domani”Cosa che ho puntualmente fatto. Tanto la Prensa quanto El Diario de Hoy (i due maggiori e praticamente unici quotidiani del Salvador, che dire che sono al soldo dell’Arena è dire poco) riportano il fatto in fondo alle loro pagine elettorali. Sulla Prensa ci sono pure le foto. Sin dai titoloni risalta, decisa e preoccupata, la posizione di Arena che denuncia su cinque colonne come un gruppo di provocatori infiltrati – probabilmente stranieri ma sicuramente riconducibili all’Fmln - abbiano picchiato un giornalista e attentato, per l’ennesima volta, alla democrazia impedendo il corretto svolgere di una conferenza stampa. I portavoce dell’Alianza Republicana chiudono paventando i pericoli per il Paese se una formazione così palesemente antidemocratica prendesse - dio non voglia – le redini del governo. Segue l’ennesimo invito a votare con “sabiduria” in difesa della libertà. In basso, in un quadrotto, un responsabile dell’Fmln chiede scusa ai giornalisti, si dissocia dal folle gesto precisando comunque che non ci sarebbero prove certe che i picchiatori appartengano al Frente. Evviva la democrazia e la stampa libera! La megera imparruccata ed ingioiellata che mi voleva cavare gli occhi doveva essere, travestita, una di quelle indigene zapatiste che ho incontrato nel caracol de La Garrucha. E io scemo che non l’ho riconosciuta subito.
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sabato, marzo 07, 2009

Hugo Chávez: così amato, tanto odiato.

La controversa figura del Presidente venezuelano.

 

Il mese scorso, il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Chávez, ha ottenuto l’ennesima vittoria politica incassando il “Sì” nel referendum sulla modifica di alcuni articoli della Costituzione. L’esito di questo referendum “approvatorio” ha sancito definitivamente il diritto di ogni cittadino del Venezuela di potersi candidare più volte, senza limiti di mandato.

Per i media internazionali e per l’opposizione venezuelana - che dipingono Chavez come un rozzo dittatore, un “caudillo” demagogico e populista, ricorrendo spesso alle ingiurie e agli insulti come singolare forma di critica - si tratta semplicemente dell’ennesimo abuso per permettere al mandatario venezuelano di perpetuarsi al potere.

Critiche e polemiche a parte, Chávez gode oggi di grande popolarità ed è amatissimo nel suo Paese (senza dubbio dalla grande maggioranza dei venezuelani, che approvano il suo operato e che lo votano). Per tentare di far luce su questa apparente contraddizione, e per meglio conoscere le differenze tra il Venezuela di oggi (bolivariano e chavista) e quello di ieri (pre-chavista), raccomandiamo la lettura del seguente articolo di Attilio Folliero.

 

Andrea Necciai

 

Venezuela: vittoria popolare di Hugo Chávez.

Il voto in Venezuela nell'analisi del politologo italiano residente a Caracas, Attilio Folliero. (Fonte: www.lapatriagrande.net)

 

La Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela del 1999 prevedeva per qualsiasi carica di natura elettiva un limite di due mandati consecutivi. Il Parlamento venezuelano ha modificato gli articoli che contemplavano le elezioni del Presidente della Repubblica, dei Deputati, dei Governatori, dei Sindaci, dei Consiglieri regionali e locali, ossia di tutte le cariche elettive. La modifica introdotta dal Parlamento riguarda l'eliminazione del limite di due mandati consecutivi, ossia d'ora in avanti qualsiasi cittadino venezuelano può candidarsi ad una carica elettiva tutte le volte che lo desidera. Trattandosi di modifica costituzionale, la stessa costituzione contempla oltre l'approvazione a maggioranza da parte del Parlamento in due sedute differenti, anche un referendum approvatorio. Oggi il popolo venezuelano ha approvato definitivamente queste modifiche.

 

Il referendum assumeva particolare importanza per la carica della Presidenza della Repubblica, occupata attualmente da Hugo Chávez Frias. Hugo Chávez è al suo secondo mandato consecutivo e pertanto, in base alle norme precedenti non avrebbe più potuto candidarsi. Questa modifica introdotta dal Parlamento ed approvata dal referendum popolare di oggi, apre a Chávez la possibilità di potersi candidare anche la prossima volta.

 

L'opposizione e la stampa internazionale hanno tentato di manipolare l'opinione pubblica nazionale ed internazionale parlando di referendum che consentiva l'elezione indefinita di Chavez. A titolo di esempio di informazione falsa, tendenziosa e manipolata, citiamo alcuni articoli circolati negli organi italiani: l'Agenzia ASCA "Venezuela: domani referendum su rielezione illimitata Chavez"; Il Sole 24 Ore "Venezuela, referendum su Chavez presidente a vita"; Il Giornale "Il Venezuela vota su Chavez dittatore a vita"; anche siti di sinistra, come Megachip, riportano articoli del tono "Venezuela: voto costituzione, Chavez punta a perpetuarsi". Niente di più falso: il referendum non era affatto per consentire la rielezione indefinita di Chávez, ma per introdurre le modifiche alla Costituzione, di cui sopra.

 

Questo il quesito del referendum: "Lei approva l'emendamento degli articoli 160, 162, 174, 192 e 230 della Costituzione della Repubblica, adottati dall'Assemblea Nazionale, che accresce i diritti politici del popolo, con il fine di permettere a qualsiasi cittadino o cittadina in esercizio di una carica di elezione popolare, di potersi postulare come candidato o candidata per la stessa carica, per il tempo stabilito costituzionalmente, dipendendo la sua possibile elezione, esclusivamente dal voto popolare?". Il quesito in spagnolo e tutta l’informazione ufficiale inerente il referendum può consultarsi direttamente nel sito del Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela. Per una comparazione dei 5 articoli emendati con quelli vigenti, si invita a consultare VTV. Bisogna anche aggiungere, che il popolo ama così tanto questo presidente che non vi è alcun dubbio che continuerà a votarlo ed eleggerlo tutte le volte che si presenterà candidato.

 

Perchè il popolo venezuelano, o comunque la maggioranza, ama tanto questo presidente?

 

Prima dell'avvento di Chávez questo paese era profondamente diverso: una minoranza dominava e controllava le ingenti ricchezze, a partire dalla più importante, il petrolio. La stragrande maggioranza del popolo, l'80% circa, viveva nella più completa miseria e nella totale esclusione. La stragrande maggioranza del popolo non esisteva, non contava assolutamente niente; era esclusa da tutto, perfino era esclusa dal diritto di sognare un futuro migliore. Non aveva diritto alla salute; non aveva diritto ad un medico e gli ospedali pubblici erano lasciati nel più completo abbandono e servivano solamente a far guadagnare ingenti quantità di denaro per supposti investimenti, che mai venivano effettuati, alle imprese degli "amici" dei corrotti governanti. Non aveva diritto all'istruzione ed alla educazione. Il Venezuela era il paese dove i governanti, dittatori o presidenti eletti in elezioni manipolate, dittatori di fatto dunque, chiudevano gran parte delle scuole pubbliche, per favorire quelle private, in particolare quelle gestite dalla gerarchia ecclesiastica cattolica, a cui era demandato il compito di formare i figli delle classi dominati.

 

Il Venezuela fu il paese dove nacque la figura dei desaparecidos, il paese dove i governi "democraticamente eletti", durante la Quarta Repubblica, eliminavano fisicamente gli avversari politici facendoli sparire e per impedire qualsiasi riconoscimento, nel caso in cui il corpo venisse ritrovato, venivano tagliate le mani; tra i membri dell'apparato repressivo (militari e polizia) esisteva una sorta di gara a chi portava più mani tagliate ai poveretti di turno che finivano nelle mani di torturatori ed assassini come Posada Carriles, capo della polizia segreta venezuelana e terrorista riconosciuto e condannato per l'attentato ad un aereo cubano che trasportava decine di atleti, che dopo aver partecipato a gare sportive in Venezuela tornavano a Cuba; Posada Carriles è anche il responsabile di numerosi attentati a Cuba, in uno dei quali morì anche un giovane italiano, Fabio di Celmo. Il Venezuela fu il paese, che primo al mondo, sperimentò le misure del Fondo Monetario Internazionale, che buttarono nella più totale disperazione e miseria un intero popolo.

 

Oggi il popolo ha una serie di benefici, avuti a partire dalla presenza di Chávez al governo, ma vent'anni fa, esattamente vent'anni fa, il 27 febbraio 1989, si ebbe il caracazo. A causa del “pacchettazzo” neoliberale del Fondo Monetario Internazionale il popolo per poter mangiare fu costretto a assalire i negozi; in alternativa poteva scegliere di morire di fame, letteralmente parlando. La reazione delle forze dell'ordine, diretta dal Ministro della Difesa, l'italo-venezuelano Italo del Valle Allegri, fu durissima: sparava all'impazzata contro il popolo che assaliva i negozi per mangiare! Nei quartieri più popolari e poveri, El Valle per esempio, la repressione fu condotta casa pér casa, ammazzando quanti incontrava. In meno di 48 ore ci furono migliaia di morti e non è azzardato parlare anche di diecimila morti e forse più; il numero dei morti effettivi non venne mai accertato; i cadaveri furono ammassati in fosse comuni, che oggi stano venendo alla luce.

 

Quel popolo non aveva nessun diritto, neppure il diritto di sognare il futuro. Poi un 4 di febbraio del 1992 un gruppo di militari tentò di dare l'assalto al palazzo presidenziale. Quei militari si erano ribellati perchè non riuscivano più a sopportare l'idea di reprimere nel sangue il popolo. Quel gruppo era capeggiato da uno sconosciuto tenente colonnello, tale Hugo Chávez., il quale mentre veniva arrestato, intervistato dalla televisione, proferì questa frase: "Il tentativo è fallito. Per adesso!" Quel Por Ahora entrò nell'immaginario collettivo dell'intero popolo; quel Por Ahora significò "Speranza" per un popolo che non aveva diritto a niente, neppure a sognare un futuro.

 

Per la prima volta qualcuno, un militare sconosciuto, parlava ed agiva in favore del popolo degli esclusi. Il popolo incominciò subito ad amare lui ed i suoi uomini che si erano ribellati al sistema. Un gran numero di militari ribelli si erano rifugiati in un edificio nel quartiere di Catia, nei pressi del palazzo presidenziale e Cecilia Laya, testimone oculare di quegli eventi, ci racconta che dopo essersi resi conto che il tentativo di ribellione era fallito, questi militari si arresero e vennero fatti uscire dall'edificio, uno alla volta, con le mani in testa. Il popolo, accorso numeroso - racconta sempre Cecilia Laya - applaudiva ognuno di questi militari che usciva dal portone dell'edifico e venivano montato su un pulmino. Per la prima volta dei militari non erano visti come l'apparato della repressione, ma amici del popolo.

 

Il dopo è storia recente. Il presidente assassino, Carlos Andres Perez contro cui era diretta la ribellione di Hugo Chavez e dei suoi uomini, venne deposto; un presidente di transizione guidò il paese fino alle nuove elezioni. Un candidato alla presidenza, tale Rafael Caldera, già ottuagenario ed importante esponente dell'oligarchia, candidato praticamente in ogni elezione presidenziale nei quarant'anni della Quarta Repubblica, riuscendone eletto una sola volta, nel 1968, nella sua campagna elettorale promise l'indulto ai militari ribelli, tra cui Chávez. Il popolo votò in massa (si fa per dire, visto che l'astensione era alta, con cifre che si avvicinavano attorno al 40%) per questo candidato che prometteva di liberare Hugo Chávez. Una volta eletto, mantenne la promessa: Hugo Chavez ed i militari ribelli ottennero l'indulto ed uscirono dal carcere dopo aver scontato solamente due anni.

 

Chávez, in questi due anni di carcere si era reso conto dell'affetto che nutriva per lui il popolo. Decise, allora di tentare di cambiare il paese per la via democratica presentandosi alle elezioni politiche. Fonda un movimento politico, il Movimento Quinta Repubblica e nel 1998 si presenta alle elezioni presidenziali, risultando eletto. Nella campagna elettorale promette di cambiare il paese, a partire dalla Costituzione; ma soprattutto promette di governare per il popolo. Lo stesso giorno dell'insediamento indice un referendum per chiedere il cambio della costituzione. La stragrande maggioranza approva il referendum; si elegge la costituente e si riscrive la costituzione. Nasce la Repubblica Bolivariana del Venezuela, approvata con il 72% dei voti, il 15 dicembre 1999. Chávez, a questo punto, essendo stato eletto con le norme contenute nella vecchia costituzione decide di rimettere il mandato ed indice nuove elezioni presidenziali in base alle nuove norme. Viene eletto con un numero maggiore di voti. Inizia a questo punto la sua vera e propria opera di Governo.

 

All'epoca, solamente 9 anni fa, l'economia venezuelana dipendeva esclusivamente dagli ingressi petroliferi il cui prezzo però era a 7 dollari il barile e la OPEC, l'Organizzazione degli Stati produttori di petrolio era praticamente in fase di smantellamento. La sua intelligente azione è diretta sul piano interno a sottrarre il controllo dell'impresa petrolifera alle oligarchie nazionali e internazionali che si appropriavano di tutti gli introiti; sul piano internazionale è volta a ridare importanza e voce alla OPEC. Congiuntamente ai governanti di Iran ed Iraq tenta di portare la OPEC fuori dal controllo degli USA, attraverso l'accettazione di nuove monete, oltre il dollaro, per la commercializzazione del petrolio.

 

La reazione dell'opposizione a queste politiche sfocia in un colpo di stato, l'11 aprile del 2002, di cui è accertata la partecipazione del governo USA (vedasi “Il Codice Chavez” di Eva Golinger). Il golpe sembrava ben orchestrato e pienamente riuscito; l'opposizione venezuelana ed il governo USA non avevano tenuto conto di un elemento: l'amore del popolo per il suo presidente! La reazione del popolo fu immediata e spontanea, al punto che nemmeno 48 ore dopo il golpe, Chávez fece ritorno a Miraflores (il palazzo presidenziale).

 

Da allora le sue politiche a favore del popolo si incrementano, anche grazie alla totale disponibilità degli introiti petroliferi, il cui controllo era stato definitivamente sottratto all'oligarchia. E' costretto a svolgere la sua azione politica attraverso organi paralleli agli organi ufficiali dello stato, in quanto ancora controllati dall'oligarchia. Nascono le Missioni, una sorta di Ministeri paralleli per attendere le più urgenti necessità del popolo in materia di sanità, educazione, abitazione, ecc...

 

Il Venezuela, sempre più distante da Washington, punta tutto sull'integrazione latinoamericana. Il suo prestigio internazionale si accresce e la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez si estende ad altri paesi del continente: Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Honduras, Dominica, ma ha influenza anche in Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay.

 

Lo sviluppo economico del Venezuela in questi 6 anni (2003-2008) è continuo e sostenuto, con tassi di crescita spesso a doppia cifra; l'inflazione che oggi appare ancora alta al 30% circa, in realtà è letteralmente crollata, dato che prima di Chavez viaggiava a tassi del 100% annuo ed oltre; la disoccupazione ormai non esiste avendo ormai raggiunti i tassi fisiologici; la povertà estrema è quasi sparita; così come è diminuita enormemente la mortalità infantile; il salario minimo è il più alto dell'America Latina e puntualmente viene aumenta ogni primo maggio, con tassi superiori al tasso di inflazione; i bambini di strada che abbondavano in Venezuela prima di Chavez sono ormai spariti da tempo ed esistono solo nella mente "malata" dell'opposizione. Il diritto alla sanità ed il medico di famiglia è ormai una realtà consolidata; non ci sono più fasce della popolazione escluse dal diritto alla salute ed alla educazione. Tutti possono accedere gratuitamente ai più alti gradi dell'istruzione; le università stanno nascendo come funghi, arrivando in tutte le province, anche nelle più remote, spopolate ed emarginate (vedasi l'articolo "L'Università arriva a Cocorote"). Il diritto alla casa è assicurato grazie ad una politica dei mutui che consente di poter acquistare un appartamento finanziato fino al 100%, anzi lo Stato concede perfino una parte a fondo perduto; un'altra parte è finanziata con mutui agevolati (ad un terzo del tasso ufficiale).

 

Grazie alla nazionalizzazione dell'impresa telefonica nazionale (CANTV) ed al lancio del primo satellite venezuelano, il Simon Bolivar, si è dato un forte impulso alla diffusione di Internet, non solo in Venezuela, ma anche in tutta l'america latina. Anche in questo caso a beneficiarsi è soprattutto il popolo, quello che una volta era totalmente escluso.

 

E l'acqua potabile e l'elettricità? L'acqua potabile e l'elettricità sono due dei più importanti bisogni dell'uomo; prima dell'avvento di Chávez, grandi fasce della popolazione erano private di questi due beni. Oggi il 98% ha l'acqua potabile. Lo scrivente di questo articolo può testimoniare, senza timore di essere smentito, che quando arriva a Caracas (anno 2002), spesso mancava l'acqua e l'elettricità, tanto che fu costretto ad installare nell'appartamento, la riserva dell'acqua. Oggi è solo un ricordo del passato, sicuramente a Caracas. Anche la diffusione del gas diretto, prima riservata esclusivamente alle classi ricche e medie di Caracas e delle grandi città, oggi si sta diffondendo su tutto il territorio.

 

Prima dell'avvento di Chavez la stragrande maggioranza del popolo era sottoalimentata e non conosceva il consumo di carne ed altri prodotti di prima necessità riservati esclusivamente alle classi ricche; il popolo venezuelano era abituato a mangiare perrarina, il cibo per cani (perros). Oggi il consumo di carne e di tutti gli altri beni di prima necessità è assicurato a tutti.

 

Chi visita il Venezuela può rendersi facilmente conto che i ristoranti, a qualsiasi ora del giorno, sono sempre affollati; il venezuelano anche delle classi popolari, può permettersi di andare al ristorante; non è più un lusso riservato ai ricchi.

 

Le grandi opere pubbliche hanno meravigliato il mondo intero: mentre in Italia si discute del ponte di Messina da decenni, in Venezuela il secondo ponte sul fiume Orinoco è stato costruito in due anni ed è un ponte di oltre 4.000 metri, equivalente per grandezza al ponte di Messina; adesso si sta costruendo il terzo ponte.

 

In questi 6 anni (2003-2008) le linee metropolitane hanno raggiunto i 160 chilometri, praticamente gli stessi chilometri dell'Italia e si stanno costruendo nuove linee a Caracas ed in tutte le grandi città del Venezuela.

 

Quando Chávez arriva al governo in Venezuela non esisteva nessuna linea ferroviaria: oggi sono attive varie linee ed il progetto ferroviario nazionale punta a costruire 10.000 chilometri di linea ferrea. Per non parlare della compagnia aerea nazionale (Conviasa), privatizzata e smantellata dai governi neoliberali, ha ripreso a volare con Chávez; l'aeroporto di Maiquetia, dopo i lavori in corso, potrà ospitare 9 milioni di viaggiatori all'anno.

 

Una delle opere più meritorie del Governo di Hugo Chavez è senza ombra di dubbio il modernissimo Ospedale Cardiologico Infantile, destinato ad operare i neonati con problemi al cuore. Inaugurato nel 2006 è diventato subito punto di riferimento per tutta l'America Latina ed oggi è punto di riferimento a livello mondiale, per essere uno degli ospedali con il più alto numero di trapianti al mondo. Non solo: all'ospedale è stato annesso un alloggio per ospitare gratuitamente i familiari dei piccoli operati, che arrivano dall'interno del paese e da tutta l'America Latina. Il tutto, operazione ed alloggio dei familiari, gratuitamente e coperto completamente dal denaro pubblico. Oggi si sta realizzando anche il reparto cardiologico per adulti. Il Venezuela è indubbiamente punto di riferimento nelle malattie cardio-vascolari.

 

Il Venezuela in questi anni è cresciuto anche nel mondo dello sport e tutti, anche le classi un tempo escluse, hanno finalmente la possibilità di poter accedere alle più svariate discipline sportive. In questi anni ha organizzato manifestazioni sportive di livello internazionale, perfino nel mondo del calcio, come la Coppa America ed il campionato sudamericano giovanile; entrambe le manifestazioni sono state un successo organizzativo. La nazionale di calcio giovanile è riuscita anche a qualificarsi al mondiale di categoria. Ma il successo del Venezuela riguarda un po’ tutti gli sport.

 

Il successo più grande di Hugo Chavez, di cui l'opposizione sembra non accorgersene, è ovviamente sul piano economico in quanto è riuscito da un lato a creare una economia che non dipende esclusivamente dal petrolio e dall'altro ha sottratto il Venezuela all'influenza nordamericana. La crisi attualmente in atto nel mondo, ovviamente influenza tutti i paesi, anche il Venezuela, ma in maniera decisamente inferiore rispetto ad altri paesi. La crisi ad esempio ha portato ad una forte riduzione del prezzo del petrolio; se l'economia venezuelana fosse dipesa solamente dal petrolio oggi sarebbe in piena crisi. Non solo non dipende interamente dal petrolio, ma la gestione oculata del Governo Chávez ha permesso accumulare, per i prevedibili periodi di vacche magre (in sostanza l'oggi), somme di denaro vicine ai 100.000 milioni dollari, dei quali oltre 40.000 milioni di dollari in riserva internazionale (i due terzi della riserva internazionale statunitense, con la differenza di avere una popolazione che è pari solamente ad un decimo di quella USA) ed il restante in numerosi altri fondi settoriali. Se la crisi - come sembra - dovesse inasprirsi facendo ulteriormente scendere il prezzo del petrolio, il popolo venezuelano non ne risentirà come gli altri popoli del mondo.

 

I benefici dell'azione di governo di Chavez, ovviamente hanno riguardato anche le classi ricche e oligarchiche. Sempre in virtù della crisi, tutte le borse del mondo sono crollate, con le eccezioni delle borse dell'Iran e del Venezuela!. Vedasi l'analisi riguardante la crisi del 2008; l'articolo in questione è un po' datato, essendo stato scritto a novembre. In questi tre mesi le borse del mondo sono continuate a scendere ed è scesa anche la borsa di Teheran. L'unica borsa del mondo che non ha avuto grosse perdite è rimasta quella di Caracas. Mentre tutte le borse del mondo sono crollate fino al 70% ed oltre, chi ha investito nella borsa di Caracas, ovviamente le classi ricche ed oligarchiche del Venezuela, non essendo l'investimento in borsa un fenomeno di massa come lo può essere in Italia, non ci ha rimesso.

 

Chavez è dunque al governo dal 1999, ma se si escludono i primi due anni per le grandi riforme istituzionali ed altri due passati a contrastare i colpi di stato, di fatto si è potuto "dedicare" al popolo solamente dal 2003. In questi pochi anni, il popolo prima escluso da tutto e - come detto più volte - perfino dal diritto di sognare un futuro migliore, oggi deve tutto a Chávez; ha acquisito coscienza e diritti grazie a Chavez e gli sarà sempre riconoscente, perchè nessuno prima di lui aveva speso del tempo ad occuparsi degli ultimi. Si comprende, dunque, perchè il popolo (o la maggioranza del popolo) ama cosi tanto Chávez e continuerà a votarlo tutte le volte che sarà candidato.

 

Il referendum non riguardava, come hanno scritto i media italiani e mondiali, l'elezione indefinita di Chávez, ma solo la possibilità per Chávez e qualsiasi altro cittadino/cittadina di potersi candidare tutte le volte che lo desidera. A decidere della sua elezione sarà il popolo quando sarà chiamato a votare e se Chávez non cambia attitudine, la sua elezione sarà sempre scontata.

Ovviamente ci sono ancora tanti problemi da risolvere in Venezuela; non basta un periodo di dieci anni di buona, se non ottima gestione, per risolvere tutti i problemi che questo paese si trascinava da secoli. Insomma non sono solo rose e fiori. Uno dei motivi per cui Chávez si candiderà allo scadere di questo mandato è proprio la necessità di continuare a governare per poter continuare ad attaccare questi secolari problemi.

 

Attilio Folliero - LPG, Caracas, 15/02/2008.

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giovedì, febbraio 19, 2009
Febbraio 2009

Aquile nere.

Il vero volto dei nuovi “paras” colombiani.

 

Da qualche anno imperversano in Colombia, un paese già martoriato dalla povertà di ampi strati della popolazione e da una guerra civile di lunga durata. Si fanno chiamare “Aquile nere”, le nuove organizzazioni criminali dedite a ogni forma di delinquenza, considerate – a ragione –  le degne eredi delle famigerate AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), i corpi paramilitari di estrema destra di recente smantellati in seguito all’entrata in vigore della legge “Justicia y paz”.

 

Le AN sono comparse per la prima volta nel dipartimento Norte de Santander, nel nordest colombiano, al confine con il Venezuela. Da lì altri gruppi criminali, sempre sotto il nome di “Aquile nere”, hanno cominciato ad espandere le loro attività in vari municipi concentrandosi nelle zone di Santander, Cesar, Caquetà e Antioquia, tanto da indurre il presidente colombiano Uribe – sul cui governo continuano a piovere accuse di combutta con le vecchie AUC per attività di “guerra sporca” e di narcotraffico – a ordinare al suo esercito la creazione di un “Nucleo speciale di ricerca” per snidare i membri di queste pericolose bande armate.

 

Col tempo le AN hanno stretto legami con i potenti cartelli della droga (come già era accaduto per le AUC) e sono coinvolte in attività illecite come estorsioni, rapine, sequestri di persona e atti terroristici contro le popolazioni. Peraltro, in perfetta continuità con le vecchie AUC, le AN svolgono oggi la loro medesima funzione politica attaccando membri delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, la guerriglia di ispirazione bolivariana e guevarista) e provvedendo all’eliminazione fisica – sovente dietro commissione – di sindacalisti, attivisti politici e dei diritti umani, e di altri individui “scomodi” appartenenti ai movimenti civili. La loro attività più redditizia resta il narcotraffico, grazie al quale si finanziano e si armano e che li spinge, in casi sporadici, persino a scendere a patti scellerati con i loro nemici ideologici, i guerriglieri delle FARC, per spartirsi i lauti guadagni del commercio della droga.

 

A gonfiare i sempre più folti ranghi di queste bande criminali sono sia gli ex paras delle AUC (quelli che non hanno aderito alla smobilitazione, ma anche molti “smobilitati” tornati a delinquere), sia malviventi “comuni” senza alcuna relazione con i vecchi paramilitari, ma particolarmente vogliosi di entrare nel business del narcotraffico. Secondo un rapporto della Polizia Colombiana, tra il 2006 e il 2007 sono stati catturati ben 1.765 membri di bande armate criminali (Bacrim), dei quali 258 erano paramilitari “smobilitati”.

 

Uno degli individui sospettati di comandare le AN è l’ex paras Vicente Castaño (meglio conosciuto con il nome di “El Profe” e cofondatore delle AUC), il quale scomparve in seguito alla smobilitazione dei paramilitari e subito dopo essere stato accusato dell’assassinio del fratello Carlos, il capo storico delle AUC freddato ad Antioquia per ordine degli altri jefes reclusi nel carcere di massima sicurezza di Itagüí. Ma in realtà i sospetti arrivano ben più in alto, fino a lambire i palazzi della politica. Se il presidente colombiano Alvaro Uribe nega l’esistenza di legami tra le istituzioni e le decine di organizzazioni armate facenti capo alle nuove AN, la magistratura – di contro – continua a svolgere spinose indagini sulla presunta alleanza di un settore del governo con i capi dei narco-paramilitari. Molti di loro, come Salvatore Mancuso (di chiare origini italiane), don Berna e Jorge 40, sono già stati estradati negli Stati Uniti per reati legati al narcotraffico, ma potrebbero decidere da un momento all’altro di “vuotare il sacco” rivelando molte verità compromettenti sul conto di Uribe e dei suoi uomini di partito, per far scontare al presidente colombiano il fatto di non aver mantenuto le sue promesse di impunità secondo i dettami della legge-amnistia “Justicia y paz”.

Per allontanare e far dimenticare all’opinione pubblica i sospetti che lo riguardano, il mandatario colombiano si affida ai media nazionali (tutti – o quasi – subordinati al suo governo), i quali “sebbene non possano nascondere la portata degli scandali in atto, continuano ad avvalorare una presunta popolarità di Uribe ottenendo, grazie alla tecnica Goebbels (“ripetete una bugia, cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”), che sia presa per buona anche internazionalmente. Dimenticando che le elezioni di Uribe sono state non soltanto illegittime (per l’asseverata compra di voti che hanno reso possibile la riforma costituzionale che ha permesso la rieleggibilità presidenziale), ma anche ottenute con il contributo decisivo dei vari blocchi paramilitari, all’origine dello stesso scandalo della cosiddetta para-politica”. *

 

Mentre le istituzioni colombiane affondano sommerse dagli scandali, le Aquile nere sono tornate prepotentemente alla ribalta, ora anche sulla scena internazionale. Qualche mese fa, i loro capi si sono fatti sentire inviando lettere minatorie ad Ong di vari Paesi (tra cui l’Italia) con sede in Colombia, a sindacati dei lavoratori e a movimenti studenteschi nazionali ed internazionali che da anni si battono per la difesa dei diritti civili del popolo colombiano. Nel testo, pieno di insulti all’indirizzo delle FARC e dei suoi “fiancheggiatori”, si legge che tutte queste organizzazioni e i loro aderenti sono dichiarati dalle Aquile nere “obbiettivi militari”, e pertanto passibili di eliminazione. E di solito, purtroppo, alle minacce dei paramilitari fa regolarmente seguito l'esecuzione delle stesse…

 

Andrea Necciai

 

 

Note

* “La nazione dei veleni” di Guido Piccoli – Latinoamerica n°104 (3/2008).

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